CULTURA.Le forme estetiche della cultura islamic anell’epoca della globalizzazione

Il medico e artista saudita Ahmed Mater espone alla Smithsonian Free Art Gallery ”Symbolic Cities.”: uno studio fotografico aereo unito a elementi di fisica ed installazioni, che attraversa le metropoli saudite alla luce delle ultime trasformazioni urbanistiche, economiche e sociali

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di Cecilia D’Abrosca

Roma, 24 settembre 2016, Nena News – Il percorso creativo di Ahmed Mater segue una metodologia basata sull’applicazione della conoscenza scientifica, della fisica e della medicina, all’arte contemporanea. Figura tra gli artisti più destabilizzanti e complessi capace di interpretare i meccanismi delle nuove metropoli, della loro pianificazione, costruzione ed evoluzione. Nasce in Arabia Saudita nel 1979, si laurea in medicina e in fisica, poi decide di voler approfondire il campo delle arti e si avvicina a quello dell’arte visuale o visual art. Non si può dire che il suo stile sia racchiuso da elementi immediatamente distinguibili poiché, sulla base delle sue conoscenze tecnico-scientifiche, si spinge ad utilizzare e far convergere più mezzi possibili: spazia dalla fotografia analogica a quella aerea, dalla pittura alle installazioni nei musei e all’aperto, dalla pittura alla calligrafia.

A Riyad ha creato uno studio d’arte con sua madre, anche lei artista esperta di calligrafia araba. Ahmed non vive solo in Arabia Saudita ma anche in Europa e negli Stati Uniti, nazioni che ospitano i suoi lavori. Oltre a essere artista e fotografo è anche imprenditore: assieme ad altri colleghi sauditi e ad uno inglese ha creato una piattaforma digitale dove artisti sauditi emergenti incontrano virtualmente quelli occidentali per iniziare nuove collaborazioni. In questo periodo, Ahmed Mater sta presentando un progetto-studio che ne contiene altri al suo interno. Si tratta dell’ Symbolic Cities, risultato di anni di osservazione, viaggi, fotografie, sperimentazioni, allestito nel museo più grande del mondo, lo Smithsonian di Washington, in una delle sue gallerie d’arte, la Free Gallery of Art, la quale dispone di una delle più ingenti collezioni d’arte asiatica nel mondo (più di 40mila oggetti, dal Neolitico ad oggi, con una prevalenza di arte islamica e del Vicino Oriente).

Da una prima osservazione di Symbolic Cities emerge che Ahmed Mater parte dal rigore derivante dalla sua formazione multidisciplinare – tanto quanto da un approccio non convenzionale – per riunire riflessioni e spunti d’analisi del suo tempo e dello spazio, sulla società saudita. Nel suo studio-lavoro, il passaggio rilevante, nel senso ulteriore, è dato dall’uso del mezzo fotografico aereo in connubio con nozioni di fisica. Symbolic Cities si propone di esplorare la narrativa e le forme estetiche della cultura islamica nell’epoca della globalizzazione, del consumismo e delle trasformazioni di varia natura. Si tratta di un punto di vista assolutamente in linea con ciò che sta accadendo oggi nella società dell’Arabia Saudita, delle sue commistioni con l’Occidente, sempre più presente in quei luoghi attraverso l’implementazione di nuove aziende europee e dello stesso made in Italy.

Ahmed usa diverse tecnologie e lavora principalmente con l’immagine, fotografia, video storici e filmati d’archivio, per esplorare la memoria collettiva locale e le storie non ufficiali, che vanno al di là della vita sociopolitica contemporanea dell’Arabia Saudita. Per questa mostra, che incrocia diversi stili espressivi e medium, la scelta, nel senso di evoluzione del percorso stilistico di Ahmed, è stata quella di ricorrere alla fotografia dall’alto del paesaggio, per riportare l’impatto della urbanizzazione e dell’intensificazione edilizia in luoghi fino a poco fa desertici; come a voler suggerire che, si è partiti da un luogo nel quale vi era solo “deserto” e poi ci si trova di fronte città che appaiono il simbolo di qualcos’altro. Di un qualcosa di anteriore che non è più visibile, verso il quale non è possibile operare un confronto e del “nuovo”, sul quale occorre fermare l’attenzione e la capacità di riflessione per valutare il senso del cambiamento e della sua direzione.

Symbolic Cities, curata da Carol Huh, comprende diverse sezioni di opere che Ahmed ha realizzato nel tempo: Empty Land, insieme di foto aeree sui territori non ancora invasi dall’urbanizzazione   e che conservano ancora tracce di storia; Desert of Pharan, che si concentra sulla Mecca e Ash al-Lal/Fault Mirage, progetto attento alla confluenza della religione nell’architettura metropolitana e Leaves Fall in All Seasons. Una parte della visita è dedicata a questo tema di dibattito e alle possibilità che il Medio Oriente può offrire in termini artistici, progettuali e sperimentali. E alle opportunità offerte agli artisti giovani in fase di crescita.

Desert of Pharan e Ash al-Lal/Fault Mirage sono complementari. Con essi, Ahmed Mater evidenzia non solo il cambiamento e l’azione urbanistica intervenuta nelle città de la Mecca e nella capitale Riyad ma vuole esaminare l’incidenza della religione sulla modalità di concepire la nuova architettura, tenendo conto della maestosità ed imponenza dei luoghi di culto musulmani che definiscono l’impianto delle metropoli. Il suo interrogativo è, in che modo l’urbanistica risponde alla compresenza, in città come la Mecca, del più grosso complesso di edifici di culto del Medio Oriente?

Infine, vi è una delle sezioni più interessanti della mostra intitolata Leaves Fall in All Seasons. Qui Ahmed non si limita a catturare l’esplosione dell’edilizia nei grossi centri urbani, ma sceglie di presentare il punto di vista degli operai costruttori in gran parte migranti provenienti da ogni parte, in particolare dal Sud Asia. Ne fissa le condizioni di lavoro, in materia di sicurezza, attraverso le immagini video che riprendono una giornata di lavoro in un cantiere. Ciò che si vede non è solo la perdita di interi quartieri popolari, ma lo spettacolo/shock della demolizione in vista della costruzione di nuovi grattacieli nel deserto al quale gli operai, metafora del pubblico, assistono e prendono parte. Nena News